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La realtà di una nursing home irlandese, vista dall’interno.


Da circa un anno e mezzo lavoro in una nursing home a Dublino. La “Marlay” è una struttura protetta, che accoglie al suo interno per lo più persone anziane. Non sempre i residenti che vi sono ospitati sono affetti da patologie. In effetti, questa nursing home – come altre in Irlanda del resto – viene scelta anche come residenza, nella quale trascorrere il retirement, ovvero il periodo di vita che segue il pensionamento.


Tra i residenti affetti da patologie, all’interno della mia nursing home sono numerosi quelli con diversi gradi di demenza senile, Alzheimer e/o Parkinson in vari stadi. Altri sono invece affetti da cancro in fase terminale e necessitano di cure palliative.
I turni di lavoro sono articolati su tre settimane di “long days” da 12 ore e due settimane di turni esclusivamente notturni, per un totale di 14/15 “shifts”, in un arco temporale che copre circa 5 settimane.
Nel contesto dell’attività quotidiana dell’infermiere, un ruolo prevalente è svolto dalla somministrazione delle terapie. Vi anticipo che quella endovenosa è rara, se non del tutto assente, mentre si predilige la terapia sottocutanea, dall’infusione di liquidi alla somministrazione di morfina in pompa elastomerica. Le terapie orale, inalatoria e cutanea, sono quelle più diffuse.

Non disponiamo di un laboratorio analisi interno, ma possiamo prelevare campioni di sangue, urina e tamponi ed inviarli all’ospedale di zona, che ci informa dei risultati tramite una piattaforma informatica condivisa, il che velocizza la gestione delle informazioni ed ovviamente permette di avviare o modificare il piano di cura.
A tal proposito, i “Care Plans” e gli “Assessments”, realizzati ad personam, devono essere aggiornati periodicamente o quando le condizioni del residente cambiano, per esempio come nel caso della conclusione di un ciclo di terapia antibiotica per il trattamento di un’infezione, oppure nella malaugurata ipotesi in cui un residente inizi il percorso di cure palliative, denominato EOL (End of Life).

Tutte le terapie prescritte vengono riviste ogni quattro mesi od “al bisogno” dal GP (General Practitioner, equivalente italiano del medico di famiglia), dallo staff infermieristico e da un farmacista – una volta eseguiti i prelievi ematici – per accertare l’efficacia delle terapie suddette ed eventualmente rivedere i dosaggi od interrompere la terapia. Nella mia Nursing Home, oltre allo staff infermieristico, operano anche gli HCAs (healthcare assistants), che si occupano delle attività domestico/alberghiere.
L’edificio della Marlay si struttura su tre piani ed assiste 124 residenti: per ognuno di essi, due infermieri sono coadiuvati da 5 HCAs, nel turno diurno, per un totale di 6 infermieri e 15/16 healthcare assistants, senza contare il management, che descriverò  in seguito.
Durante la notte, invece, il personale si riduce ad un infermiere e due operatori di supporto, sempre per ogni livello.
Sono poi presenti anche team specializzati: uno di questi è il Wound Care Team, dedicato alla gestione ed al trattamento delle lesioni di natura traumatica od ulcerativa. Il Falls Prevention Team vede poi coinvolti anche gli HCAs, con l’obiettivo di ridurre al minimo il rischio di cadute.



Tra le figure di coordinamento e manageriali si annoverano, in ordine ascendente:
  • i Senior Nurses (con almeno 3 anni di esperienza continuativa);
  • i CNM (Clinical Nurse Manager) di livello 1;
  • i CNM di livello 2 o ADON (Assistant Director of Nursing);
  • infine il DON (Director of Nursing).
Non fanno invece parte dello staff, perché professionisti esterni “a contratto”, i General Practitioners, gli House Officers (chiamati in UK junior doctors: si tratta dei medici specializzandi), i Fisioterapisti, il dietitian, lo speech and language therapist ed il Palliative Team, che “visitano” i residenti con cadenza settimanale (nel caso dei GPs) o bisettimanalmente, per quanto riguarda invece Fisioterapisti, HOs ed altre figure. Non si può trascurare, poi, l’importante ruolo del personale amministrativo, soprattutto nella gestione degli appuntamenti dei residenti (ad es., per visite specialistiche) ed in veste di tramite, per quanto concerne i contatti telefonici tra la struttura e le famiglie.

Trattandosi di strutture di lungodegenza, in una nursing home sono poi sempre presenti gli activity managers, con il compito di organizzare attività ricreative ed eventi, allo scopo di intrattenere gli ospiti.

Un infermiere che lavora in nursing home ha possibilità concreta di fare carriera, soprattutto nell’ambito manageriale. Trascorsi circa 3 anni (quindi una volta acquisita la 
posizione da Senior), si può iniziare ad ambire ad una posizione di Clinical Nurse Manager 1.

Lavorare all’interno di una struttura di questo tipo può essere un buon punto di partenza per chi si approccia ad una realtà estera. Le mie considerazioni sono ovviamente soggettive, ma io mi sento di consigliare questa esperienza, perché mi ha permesso di imparare molte cose, che forse non avrei appreso nel frenetico contesto della routine ospedaliera. 

Link per l'articolo completo


Infermieri ed ostetriche in Irlanda minacciano uno sciopero di 24 ore

Dal mio articolo per NurseTimes: Con circa il 95% di adesioni, gli infermieri e le ostetriche che prestano servizio in Irlanda, hanno minacciato di scioperare per 24 ore, le motivazioni sono valide, alla base c’è il malcontento di essere il più delle volte in short staff, ovvero con unità in meno e questo comporta dei disagi gestionali e soprattutto assistenziali. 


Alla base c’è anche un’altra motivazione, la questione salariale, ad Ottobre è stato offerto un rinnovo, che poco cambiava la vecchia situazione, rifiutato dall’INMO (Irish Nurses and Midwives Organisation) e mai ritrattato. 

Attualmente gli infermieri stanno portando avanti una campagna di “protesta” perché il salario attuale, rapportato ad altri professionisti e di circa 7000 euro in meno, lavorando anche più ore di questi ultimi. Non solo questo, come già accennato la questione della carenza di personale è un problema che a lungo andare sta portando problemi nella gestione del personale e cosa più grave, ne potrebbe risentire l’assistenza fornita ai pazienti. 

Il Governo irlandese ha preventivato un pacchetto di circa 20 milioni di euro, che potrebbe coprire parte delle questioni riguardanti la copertura delle quote salariali e un accesso più rapido alla promozione. Si stima che questo pacchetto aiuterebbe circa 20.000 infermieri al momento. C’è preoccupazione riguardo lo sciopero perché potrebbe creare disservizi nell’erogazione dell’assistenza.

Il segretario generale dell'INMO, Phil Ní Sheaghdha, ha dichiarato: "Le infermiere e le ostetriche irlandesi parlano con una voce chiara. Questo voto riflette una profonda frustrazione nelle nostre professioni, che il governo non può continuare a ignorare “."Le infermiere e le ostetriche vogliono semplicemente fare il loro lavoro e prendersi cura dei pazienti in modo adeguato. Ma una bassa retribuzione ha portato a carenze di personale, compromettendo la sicurezza delle cure.” continua poi il segretario. 

La presidente di INMO, Martina Harkin-Kelly, ha detto di non conoscere una sola infermiera o ostetrica che voleva scioperare, continuando poi:  "Vogliamo solo andare avanti con il lavoro che amiamo, ma la scarsità di personale lo ha reso impossibile, abbiamo raggiunto un punto di rottura; gli infermieri e le ostetriche sono uniti e siamo in piedi per un garantire al personale la sicurezza, una retribuzione equa e per i nostri pazienti, che meritano cure migliori, è tempo che il governo ascolti le voci in prima linea e risolva questo problema una volta per tutte.





Una portavoce del Ministro della Sanità, Simon Harris ha detto di ritenere che si debba evitare un'azione di sciopero e che abbia esortato tutte le parti a lavorare intensamente insieme per evitare azioni industriali.

La portavoce ha detto che il Dipartimento della Salute si incontrerà con il comitato di supervisione per l'accordo di servizio pubblico dopo Natale per un ulteriore impegno.Lo sciopero è previsto per il nuovo anno, ormai alle porte e l’ultima decisione sarà presa tra il 7 e l’8 Gennaio, nella quale si deciderà sul giorno del presunto sciopero. 

A quanto pare si è veramente ad un punto di non ritorno, vedremo come si evolverà la situazione, da una parte ci sono infermieri e ostetriche sul piede di guerra, dall’altra un governo che “pare” voglia collaborare nel trovare una soluzione equa e giusta per tutti. 


Percezione della figura infermieristica italiana, vista dall'estero.

Dal mio Articolo per NurseTimes. 

Alcune considerazioni del collega Antonio Caracallo, che lavora in una nursing home di Dublino.

Partendo dal presupposto che la figura infermieristica italiana, negli ultimi anni, fatica a trovare una collocazione sociale ed economica, mi duole dire che siamo a un punto di non ritorno. Il rapporto infermiere-paziente è disastroso ed è scientificamente dimostrato che un infermiere non può “gestire” più di un certo numero di pazienti. Non siamo nullafacenti, siamo il fulcro della sanità. La sanità italiana è una delle migliori al mondo, come dimostrano i premi vinti dai luminari e le tipologie di interventistica 2.0, ma la nostra professione resta ancora ferma.
Trasferirmi all’estero è stata una scelta dettata dalla precarietà e dalle spese di vivere da solo. Non me ne pento, ma resta il rammarico di vedere la mia professione calpestata e umiliata da chiunque abbia il diritto di parola: giornalisti che piazzano il titolo a effetto, salvo spiegare nelle colonne dell’articolo che “non era un infermiere”; un imprenditore che manda chi non ha voglia di studiare a fare l’infermiere; cariche infermieristiche che, invece di sostenerci, invitano all’umiltà e al sorriso.
Ultimo, in ordine cronologico, il test di ammissione alla Magistrale, col polverone alzato da una domanda che chiedeva l’angolo d’azione di una scopa, a trapezio per la precisione… Non vi nascondo che all’inizio ho riso. Poi, però, ho riflettuto e ho avvertito un senso di disgusto. Ho iniziato a pensare ai sacrifici fatti da studente fuori sede, con pochissimi soldi e le spese di una stanza condivisa, l’autogestione, le feste comandate saltate per quel lavoretto che mi faceva racimolare qualche spicciolo per pagarmi l’università dei miei sogni.
Mi rivolgo a chi non è infermiere e a chi lo sarà: non fatevi abbindolare dal prestigio che vi inculcano. Al primo anno mi insegnarono il rifacimento del letto, ma solo dopo scoprii che non era di nostra competenza. Nelle mie due esperienze lavorative, il rifacimento del letto e le cure igieniche erano affidate all’infermiere. E l’ho accettato, perché da precario non avevo scelta. Concorsi fatti e curriculum inviato senza successo, per non parlare di partite Iva con compensi da fame. Insomma, messo alle corde, sono partito per l’Irlanda, dove vivo tuttora.
Questo per dire che io ricordo bene i sacrifici fatti, e per questo mi da fastidio che molti colleghi accettino proposte ridicule, che minano la sicurezza dei pazienti e degli stessi infermieri. Lasciare la propria famiglia, gli amici, le abitudini non è facile. Mai nessuno dovrebbe essere “costretto” a lasciare la propria terra. Se però le condizioni sono queste, non c’è scelta. Combatterò insieme ai miei colleghi anche da lontano: imporsi è l’unica cosa che possiamo fare.

Chi di dovere ci ha voltato le spalle, offrendo solo un “contentino” economico, che nulla cambia. Anzi, getta benzina sul fuoco. Siamo diventati uno strumento politico e di sindacato. Ho sempre pensato che la politica dovesse restare fuori dagli ospedali, per evitare i soliti favori che ci hanno fatto vedere nel tempo.
Con questo articolo spero di riuscire ad aiutare chi ancora oggi non sa che fare: partire, non partire, iscriversi all’università, scegliere altro… Posso assicuravi che l’infermiere è la professione più bella del mondo, riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Non lasciatevi abbattere. Denunciate e mettete per iscritto ciò che non va, rivolgendovi a chi di competenza per fare chiarezza.
Abbiamo le armi per andare avanti, la capacità intellettuale e la forza per fare meglio. Non facciamoci la guerra tra noi; non serve a nulla, se non ad alimentare polemiche sterili. Chiediamo solo rispetto dai cittadini, ma prima ancora dalle istituzioni, che promettono e ripromettono sempre le solite cose. Se un neolaureato esce dall’università già stanco, avvilito e demotivato, bisogna porsi alcune domande. Alle quali, prima o poi, qualcuno dovrà rispondere.
Antonio Caracallo per NurseTimes. 

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